RELAZIONE
STORICA
CARLOFORTE
E LA SUA STORIA
Carloforte
è l'unico comune situato sull'Isola di San Pietro, posta nella parte
sud occidentale della Sardegna.
La sua storia, piuttosto singolare, ebbe le sue origini nel 1541 quando
un gruppo di pescatori provenienti da Pegli, oggi circoscrizione di
Genova, si insediò nell'isolotto tunisino di Tabarka, quasi ai confini
con l'Algeria, allo scopo di sfruttare i ricchi banchi di corallo.
La piccola comunità fece prosperare l'isola sino al 1737 quando, e
per il territorio limitato (26 ettari di terra per 2000 abitanti)
e per il depauperamento dei banchi coralliferi e per i rapporti non
più amichevoli con i bey di Tunisi e d'Algeri, maturò l'idea di lasciare
l'isola africana.
In tale situazione arrivò provvidenziale la notizia che Carlo Emanuele
III intendeva popolare alcuni territori della Sardegna.
Avviate le trattative, trovato il feudatario che potesse mettere a
disposizione i fondi necessari per il trasferimento e l'insediamento
dei coloni, firmate le convenzioni, il primo contingente di tabarkini
sbarcò a San Pietro, l'antica Hieracon dei Greci, Enosim dei Fenicio-punici,
Accipitrum Insula dei Romani, il 17 aprile 1738.
L'isola, allora disabitata, cominciò ad animarsi e sotto l'esperta
guida dell'ingegner Augusto La Vallée, i coloni cominciarono a dar
vita al centro abitato che, in onore del re, chiamarono Carloforte
e con l'intraprendenza e la caparbietà, proprie dei liguri, non si
accontentarono solo di continuare la pesca del corallo ma si dedicarono
anche ad attività agricole, a diversi altri tipi di pesca quale quella
del tonno e dell'aragosta, alla raccolta del sale, alla cantieristica
e al commercio.
La colonia prosperò in pochissimo tempo ma alcuni avvenimenti ne turbarono
la calma abituale.
- Nel 1741 giunse a Carloforte la notizia che molti fratelli rimasti
a Tabarka erano stati fatti schiavi dal Bey di Tunisi e che era stato
completamente distrutto l'insediamento che aveva ospitato per 200
anni la colonia ligure.
- Nel 1793 Carloforte, seppur per pochi mesi, fu occupata dai francesi
rivoluzionari che ribattezzarono l'isola "Ile de la liberté"
- Nel settembre del 1798, Carloforte subì un'incursione di pirati
barbareschi. Questi saccheggiarono il paese e fecero schiavi più di
800 abitanti che, portati in terra d'Africa, vi rimasero per cinque
anni. Solo nel 1803, dopo lunghe trattative in cui intervennero grandi
personalità politiche del tempo e dopo essersi verificati segni provvidenziali
del cielo che regalò loro miracolosamente il simulacro di una Madonna
in seguito chiamata "Madonna dello Schiavo", i superstiti poterono
tornare nella loro terra.
Con l'incursione barbaresca terminarono le disavventure dei "carolini"
i quali continuarono a scrivere la loro storia intessuta di lavoro,
sacrificio e costanza.
Il secolo XIX aprì per Carloforte un'era di prosperità e di benessere
economico che raggiunse il suo acme sul finire dello stesso ottocento.
Dal 1850 e per un secolo gli intraprendenti carlofortini diventarono
abili trasportatori del minerale, la galena, estratto dalle ricche
miniere del Basso Sulcis.
Da località distanti più di 20 miglia, che spesso percorrevano a remi,
caricavano sulle loro imbarcazioni detto minerale (piombo e zinco)
per trasferirlo nei capienti magazzini di Carloforte e ricaricarlo
poi sulle navi mercantili con destinazione continente.
Fu un secolo di sacrificio, di dure fatiche che portò benessere a
Carloforte tanto che nacquero teatri, banche e consolati.
Fu proprio alla fine del 1800 che si inserirono nella nostra storia
i "Napoletani".
I "NAPOLETANI" A CARLOFORTE
Il fenomeno dell'emigrazione e di conseguenza dell'immigrazione non
è certamente nuovo nella storia dell'umanità.
L'uomo ha sempre cercato luoghi diversi che potessero soddisfare le
sue aspettative.
Spesso il bisogno di un lavoro lo ha portato verso posti lontani tra
gente sconosciuta, diversa per indole, mentalità usi e costumi ed
in quei luoghi, tra quella gente, l'emigrante ha portato la sua cultura,
le sue tradizioni, la sua mentalità.
Le difficoltà d'inserimento certamente non mancano. Il forestiero
troppo spesso è visto come l'intruso, come il diverso, come colui
che porta via il lavoro. Del resto la storia più recente degli extracomunitari
ne è l'esempio.
Ma quando l'emigrante riesce ad inserirsi in quella determinata società,
inevitabilmente favorisce l'arricchimento culturale, storico, etnico,
umano.
La configurazione del comune, posto in un'isola, ha certamente reso
favorevole l'incontro di gente diversa; occorre sottolineare come
detto incontro sia stato facilitato anche dall'apertura mentale del
ceppo primitivo ben sensibile a recepire certi valori quali lo spirito
di sacrificio, la laboriosità, l'onestà.
Così è accaduto per Carloforte che ha visto aumentare gradualmente
la sua popolazione grazie all'immigrazione di altri liguri, di sardi,
toscani, siciliani, piemontesi, emiliani, calabresi, corsi, greci,
savoiardi, svizzeri, slavi ed infine del nutrito gruppo di "napoletani"
giunti a Carloforte nel periodo 1865-90.
Quest'ultimo fenomeno inizia, come già accennato, dopo l'unità d'Italia
come un vero e proprio esodo dall' interland napoletano alla nostra
isola. Si tratta di gente umile, che, lasciata la terra di origine,
va alla ricerca di un avvenire migliore, di una condizione di vita
più umana.
Sono per la maggior parte pescatori provenienti da Casamicciola, da
Castellamare di Stabia, da Grazzanise, da Napoli, da Ponza, da Pozzuoli,
da Procida, da Sacco Aurino e da Torre del Greco. Gente abituata alla
fatica, alla sofferenza, ad ogni sorta di sacrificio. Arrivano perché
non si fidano dei nuovi liberatori piemontesi, perché temono nuove
angherie, perché cessate le limitazioni di movimento imposte dai governi
borbonici, finalmente hanno la possibilità di muoversi con maggior
libertà.
Arrivano a Carloforte perché probabilmente hanno sentito parlare di
questo paese giovane, dalla popolazione aperta al forestiero disposta
ad offrire e a condividere il lavoro con chi ne ha bisogno.
Ma la realtà tuttavia non è sempre conforme alle aspettative.
Si spostano in troppi, intere famiglie, circa 400 persone, che, in
pochi anni, diventano un'intera colonia, il 7% dell'intera popolazione.
I carlofortini guardano con occhi preoccupati la loro tipica invadenza.
Riprendono il lavoro abbandonato dai primi abitanti: la pesca del
corallo. Si stabiliscono nella parte più alta del paese, in quel momento
disabitata, fanno gruppo a sé, uniti dai loro usi, dai loro costumi,
dal loro dialetto.
Poi lentamente avviene l'avvicinamento: entrano a far parte degli
equipaggi locali che esercitano la pesca tradizionale, diventano padroni
di barca, si hanno i primi matrimoni misti, il dialetto napoletano
cede il posto alla parlata ligure, a quel dialetto pegliese che la
popolazione ha sempre gelosamente custodito e che ha sempre costituito
l'elemento di amalgama di tutte le componenti che si sono immesse
nella comunità.
L'integrazione a questo punto è completa.
Un discorso a parte va fatto per un altro gruppo, questa volta proveniente
da Elena di Gaeta. Si tratta di ortolani che probabilmente, negli
anni successivi all'Unità, hanno subito una seria crisi economica
dovuta presumibilmente allo smantellamento del forte di cui approvvigionavano
la guarnigione.
Giunti a Carloforte si dedicano alla coltura intensiva degli ortaggi
integrandosi perfettamente anche loro nel contesto carlofortino.
CARLOFORTE OGGI
Alla data del 20 ottobre 2001 Carloforte conta una popolazione di
n. 6512 residenti dei quali, come risulta dalla tabella allegata,
n. 895 (476 maschi e 419 femmine) conservano l'immutato cognome "napoletano"
: il 13.74 % dell'intera popolazione residente.
A questi vanno aggiunti, e sono tanti, forse più degli stessi residenti,
coloro che pur di origine "napoletana" hanno acquisito cognomi diversi
a seguito di matrimoni misti.
Oggi i "napoletani" sono "carlofortini", o meglio "tabarchini" a tutti
gli effetti, le generazioni si sono succedute l'una all'altra, le
storie di un passato, neppur tanto lontano, sono quasi del tutto sbiadite,
sono rimasti i cognomi e un pizzico di DNA che li porta qualche volta
a sognare il paese dei loro antenati.
E' proprio per questo che si è pensato di concretare questo sogno
col "Ritorno all'Antica Casa ".
Oltre cento anni di assenza dai luoghi di provenienza non sono pochi.
Almeno quattro generazioni si sono succedute e anche se i racconti
tramandati dagli anziani si sono sbiaditi, tutti continuano ancora
a vantare la loro origine.
Rivedere, o meglio per i più, vedere quei luoghi dai quali per necessità
si allontanarono i loro antenati significherà, senza dubbio, rivivere
emozioni e sentimenti veramente intensi.
Sentimenti che certamente riaffioreranno nel passare per le vie di
Ponza o di Gaeta, nel vedere quelle case, quei quartieri, quei paesi
dove una volta abitavano gli avi e dove forse vivono ancora persone
appartenenti allo stesso ceppo familiare.
Sarà pure motivo di orgoglio da parte delle Autorità delle città e
paesi interessati incontrare gli eredi di chi ha contribuito con laboriosità
e onestà al progresso di una cittadina tenendo sempre alto il nome
della propria terra di origine.
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